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Archivio mensilegennaio 2013

Il lavatoio Navigando nei

Il lavatoio

Navigando nei miei ricordi di una volta ecco che approdo al lavatoio, situato in via Piana. Sei erano le cannelle, tante le conche a riservare il posto, portate lì la sera prima. I posti erano sei ma alla fine si era in dodici. Si divideva la conca: a quei tempi si divideva tutto. Sento il parlare delle donne mature e di noi ragazzine. A quei tempi le ragazzine lavoravano oltre ad andare a scuola. Una fortuna. Ai miei tempi le scuole erano diventate obbligatorie. Tutte donne! Quante chiacchiere! Pettegolezzi che non erano poi pettegolezzi; era il telegiornale del paese. Si sapeva tutto di tutti. Il lavatoio è stato abbattuto.

Peccato!

Quando torno a passeggiare per le strade del mio paese, mi manca.

Quel posto porta alla mia mente nomi e volti di persone: zia Rosa, zia Maria, zia Pasquarella e tanti altri.

A quei tempi le donne più grandi per noi ragazzine erano tutte zie, in segno di rispetto. I nomi e i volti delle mie amiche: Teresa, Maria, Lena, Rosa. Hanno abbattuto il lavatoio ma non i ricordi. Hanno abbattuto il lavatoio ma non la sua anima.

Quando torno a passeggiare per le strade del mio paese, lo vedo.

Vedo le bimbe attaccate alle gonne delle mamme.

Le gonne marroni in riga.

Le conche metalliche.

I panni chiari immersi nella tenue schiuma di sapone fatto in casa.

Quando torno a passeggiare per le strade del mio paese, lo odoro.

Odoro le pietre intrise di tocchi.

Odoro il metallo delle conche.

Odoro la nebbiolina vagante.

Odoro il profumo dei miei avi.

Quando torno a passeggiare per le strade del mio paese, lo sento.

Sento lo scrosciare dell’acqua.

Sento lo strofinare dei panni sulle lunghe linee ruvide.

Sento le voci confuse, mescolate dallo sgorgare dell’acqua.

Sento il pianto di un bimbo in fasce.

Quando torno a passeggiare per le strade del mio paese, lo assaporo.

Assaporo le minuscole goccioline di acqua vaganti.

Assaporo l’antico gioioso.

Assaporo il lavoro assiduo.

Assaporo l’aria per trovare ciò che non posso cercare.

Quando torno a passeggiare per le strade del mio paese, lo accarezzo.

Accarezzo le colonne antiche.

Accarezzo le umide scanalature.

Accarezzo il sorriso di una bimba radiosa.

Accarezzo l’acqua fredda delle cannelle che si mescola all’amara lacrima del mio viso.
Palumbo Domenico e Antonia Iemma

Strappo Dipinto Melissa Smith

Strappo Dipinto Melissa Smith
Aggrappata la mia anima
alla tua anima, su questo
letto sgualcito dai nostri sogni
infranti, recitiamo
la nostra ultima preghiera.
Uno strappo straziante,
la mia anima esce dal
mio corpo, vola in balia del vento.
Giaccio su questo letto sgualcito,
come sacco vuoto, un’ultimo
sguardo a te, che ormai non
fai più parte di me.
Se avessi ancora un’anima
piangerei, perché so, che sei stato
e sarai il mio unico amore.
Piangeresti anche tu per aver
procurato questo strappo
straziante delle nostre anime.
Due sacchi vuoti, su questo letto
sgualcito, mentre le nostre anime,
libere di noi, sono a festeggiare
tra le nuvole.
Noi , ormai vuoti, continueremo
a riempire le nostre vite di tiepidi
amori. Antonia Iemma2013

Voce

Voce
Seguo il suono della tua voce,
mi ritrovo in un mondo
di colori, cullata dal canto
delle sirene, mi lascio
trasportare oltre i sogni.
Adagiare, sulle onde del
mare, che per noi diventano
lenzuola di cielo.
La luna illumina i nostri
corpi, stretti nell’amplesso
dell’anima.
Cala silenziosa la notte.
Chiusi in una conghiglia,
all’alba gli amanti, ci raccoglieranno.
I nostri respiri, colonna sonora
dei loro amori segreti.
Antonia Iemma2013

voglio addentare la tua carne,

voglio addentare la tua carne,
giovane uomo, per lenire quel
senso d’abbandono, che s’attorciglia
alla pancia.
Voglio leccare la tua gioventù
per riempire l’atavico vuoto.
Mordo la tua carne, il tuo sangue
trasfusione di vita.
Antonia Iemma2013

Prima ancora di vederti

Prima ancora di vederti,
sento la tua presenza, fiuto il tuo
profumo.
Tremano le gambe, già pregusto
il tuo sapore.
Il desiderio invade la mia mente,
t’avvicini e sono già tua.
La tua risata
infonde linfa tra le mie cosce.
Sorseggio il mio drink,ma é la tua
bocca che bacio.
Sorseggi il tuo
drink, é la tua bocca, che succhia
i miei capezzoli.
I miei occhi nei tui, e sono distesa
sotto di te.
Mi prendi per mano, andiamo
sotto le stelle e sono tua, ancora tua,
tua per sempre.
Lego le mie mani alla luna, stringo
le mie gambe al tuo capo,
ti disseti alla mia sorgente,
risali alla mia bocca ed é
quell’attimo d’eterno
Antonia Iemma2013

Maschera DIPINTO BY ARTE

Maschera DIPINTO BY ARTE
Indosso una maschera
al il gran ballo di carnevale.
Fluttuante nel vestito rosso
vaporoso, con movenze
sensuali mi lascio osservare.
Ballo, consapevole di tutti
gli occhi, che mi spogliano.
Mi piace suscitare pensieri
striscianti.
Ballo,ballo al gran ballo
di carnevale,accerchiata
ormai da ballerini.
Sotto la maschera,nessuno
vede, che io aspetto solo te,
che non arrivi, no, non piango.
Ho deciso, non t’aspetto più.
Ballo, ballo ed a te,che da tempo
desideri me, porgo le mie labbra
e continua il gran ballo.
Antonia Iemma2013

Sveglia all’alba

 

Sveglia all’alba

Sul fuoco bollivano le patate.

Nella madia si setacciava la farina:

il fiore cadeva giù, la crusca per il maiale nel “cernicchio”.

Le patate per la fecola si aggiungevano alla farina

insieme al sale, al lievito ed all’acqua calda.

Spettava a mia madre il ”duro lavoro di braccia”: impastare!

La famiglia era grande, la farina tanta

.Quando l’impasto era pronto lo si avvolgeva

in un lenzuolo e questo in una coperta di lana:

il calore per farlo lievitare. Ci voleva del tempo.

Intanto s’accendeva il forno con fascine di legna secca … a volte.

Quanto fumo prima che prendesse vigore e la fiamma

sfavillasse a riscaldare i mattoni e le pietre del piano di cottura!

Quando l’impasto raggiungeva la giusta lievitatura,

veniva diviso in pagnotte che avvolte in “mappette”,

venivano messe a riposare sul tavolo.

Il forno era ormai caldo. Si toglieva la brace,

si spazzava con una scopa di “spòglie” di pannocchie che

bagnava fino a togliere tutti i residui di fuoco e cenere.

Adesso si poteva incominciare a cuocere il pane.

Con una pala di legno s’infornava prima la pizza,

la gioia della compagnia. Cuoceva in poco tempo

e indicava anche quanto fosse adatta la temperatura del forno alla cottura del pane.

Allora s’infornavano le pagnotte e la casa si riempiva di un profumo divino.

Appena cotte, si sfornavano e si facevano raffreddare sul tavolo.

Quel giorno a cena pizza, fagioli, un po’ di formaggio: com’era buono!.

Voglio!

Voglio il sapore del pane di mia madre.

Voglio il sapore dell’innocenza.

Voglio!

Voglio ritornare fra le sue braccia, dirle che le voglio bene.

Dirle che avrei voluto essere contenta d’aiutarla, invece mi pesava. Quanto mi pesava!

Voglio!

Voglio piangere, per questa mia corsa, verso il pianto del mio cuore.

Voglio!

Voglio il pane di mia madre.

Rivoglio l’ingenuità di credere.

Di potere essere felice.

Voglio!

Antonia Iemma, 10.07.2012. Riveduta e corretta da un amico.

Addio

Addio
Sul tuo cuore sono
a casa, avvolta dalle tue
braccia, respiro il profumo
della carnalità,.
Sul tuo cuore, vorrei fermarmi,
ma ci siamo persi, nei labirinti
del gioco,
qui al calore delle fiamme
che ci avvolge, mi stringo forte a te
e in silenzio ti dico addio, mi allontano,
dal tuo cuore, lascio la mia casa
e abbandono il gioco; per me era
amore.
Antonia Iemma2013

Ho visto nei tuoi occhi

Ho visto nei tuoi occhi di ultracentenario, la tenerezza di un bimbo,
la paura e la consapevolezza di dover tendere la mano alla morte.
L’hai vista arrivare, fermarsi lì sulla sponda del tuo letto.
Hai fatto il resoconto del tuo duro vivere.
Hai attraversato un secolo tra la miseria, la volontà e la voglia di uscirne fuori.
Hai vissuto con rigore, tra i tuoi mille pregi ed i tuoi difetti,mai
sottomesso dalla vita. Ti ho visto affrontare la morte a viso aperto,
mente lucida.
Ho vissuto i tuoi ultimi istanti,ti ho salutato, mi hai
teso la mano, ti ho baciato mi hai augurato buon viaggio ed io l’ho augurato a te.
Voglio credere di averti aiutato ad oltrepassare il confine; appena poco dopo, che ero andata via, hai emesso l’ultimo respiro.
Buon riposo eterno, zio Giuseppe

Natale

Era la vigilia di Natale di molti anni fa; nevicava dolcemente e il paese s’ammantava di bianco; Illumminato dalle luci, aveva l’incanto del paese delle meraviglie.
Maria, accese le luci del suo albero di Natale, preparò il tavolo, con la tovaglia rossa – tutto rosso quell’anno – per la notte della vigilia.
Era felice: suo figlio aveva sposato da poco una bellissima ragazza.
Figlio unico, figlio adorato, unica gioia di una vita che era stata poco generosa con lei.
Quella sera si sentiva in armonia con il Natale; cantava “tu scendi dalle stelle” mentre preparava nell’attesa dei ragazzi; ormai sentiva come figlia anche sua nuora le felicità della sua felicità.
Si, tutto era perfetto, tutto … era proprio Natale!
Bussarono alla porta; si precipitò ad aprire: “Buon … “. Le restò “Natale in bocca”. Si trovò davanti i carabinieri.
“Siete la signora Maria Rotondi? “
“Sì” rispose con voce sconcertata …
“Il signor Marco Franchini è vostro figlio ? “ ….
“Sì! Sì! che ha fatto, che è successo ? … “
“Le dobbiamo dare una brutta notizia, signora Rotondi stanotte sulla strada principale hanno avuto un incidente e … non si sono salvati!
Quella notte, mentre Gesù nasceva, morivano i suoi figli. Ed anche lei.

Antonia Iemma2012 rivisitato da Antonio De Curtis

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