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Archivio mensileluglio 2012

Rosaria

Rosaria
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Rosaria, diede stancamente la mano alla ragazza che l’avrebbe accompagnata dal medico; non ci sarebbe mai andata da sola.
Una paura subdola, strisciante, si era impadronita della sua mente: tutto le era nemico, davanti a lei il buio di un tunnel, lastricato di scivolose insidie.
Era un giorno caldo giorno d’Agosto, lei sentiva il freddo della mano; il sole le incuteva paura, come la pioggia, il vento, la luce, il buio, persino il suo respiro.
Giunsero in uno studio asettico, dove il dottore avrebbe
dovuto sbrogliare i suoi pensieri.
Pensieri neri, come la pece; seduta, abbracciata ai resti della sua anima, ascoltava ciò che le veniva detto, senza speranza.
Non credeva ad una sola parola di quanto, con professionalità le veniva spiegato.
“Se vuole, possiamo ricoverarla.”
“No, mai|” fu la sua risposta; già si vedeva persa tra le pareti del nulla.
“Allora farà una cura ambulatoriale!”
“Certo!” rispose lei, con il solo desiderio di scappare ed andare a chiudere gli occhi nella solitudine della sua casa.
“Vedrà, ritornerà a vivere!”
Ma la sua anima piangente, aveva già dato l’addio alla vita.
Ripresala per mano, la ragazza che l’accompagnava a a casa, la spronava a reagire con parole di speranza.
Lei non ci credeva, tra se e se già progettava la sua dipartita.
Che senso ha vivere così con la mente invasa dal buio?
Eppure, a volte, la vita ha i suoi miracoli.
Quella mano che stringeva la sua, Quella mano le sembrò un’ancora forte. Improvvisamente non si sentì più abbandonata a sé stessa; i colori ritornarono
nella sua mente
Un nuovo coraggio scacciò le paure; Senti un nuovo sapore di vita riversarsi da quella mano nella sua: un sapore d’amore.
La strinse forte, più forte, nuova, quasi un ringraziamento.
Quando giunsero a casa sapeva che quella mano mai l’avrebbe abbandonata.
E così fu, la sostenne e l’aiuto in ogni modo e senza farle pesare il suo aiuto.
Quella mano, la mano di sua nipote.

Antonia Iemma27.07.2012

Vestita di rosso

Vestita di rosso, al centro della sala, con fare provocante balla la vita a colori.
Ama l’amore, le tentazioni, i vestiti sgargianti; ama essere ammirata; ama gli sguardi audaci sul suo corpo.
Vestita di nero, sulla panca del giudizio, con vecchie litanie, come preghiere, si giudica frivola, persa nel cammino della vita, dimentica di quei valori morali acquisiti nell’infanzia.
Rosso e nero da amalgamare. Impossibile. Non riesce a perdonarsi di essersi vestita di rosso; non riesce a vestirsi sempre di nero.
Impossibile, scegliere di essere l’una o l’altra; troppo forte il rimorso di essere fuori; troppo forte il desiderio di trasgressione.
Rosso e nero. Per sempre, tra il sacro ed il profano.
AntoniA iEMMA

Giovane, bella, spavalda

Giovane, bella, spavalda, camminavi, per le vie del paese.
Quando, passavi, gli occhi di tutti, erano puntati su di te.
Gli uomini, sognavano, giochi proibiti col tuo corpo.
Le donne, invidiose, criticavano la tua bellezza.
Bella; bella, davvero, persino il sole si sarebbe inchinato a te.
Una sera d’estate, seduta al tavolino di quel piccolo bar, sotto il cielo stellato, chiaccheravi con le amiche, sorseggiavi, seducente, un drink.
Ed arrivò lui,alto,bello, arrogante.
Tu lo guardavi, lo volevi sottomettere. Lo provocavi, sicura che non ti avrebbe resistito.
Si avvicinò, piano, ed allora sentisti, sentisti qualcosa di nuovo. Sapesti che ti avrebbe pres, nel vortice di una danza a te sconosciuta.
Stavolta era lui ad ammaliare te; con il suo fare sicuro, ora arroganti ora tenero e dolce.
Cadesti nelle sue braccia; scopristi la passione e la gelosia.
Ti portava per vie sconosciute di passione in un gioco di sottile perversione.
Perversione, che ancora oggi ti porti dentro; bella come allora, scegli tu, con chi giocare, la tua perversione. Antonia Iemma 16.07.2012

La casa il vento

La casa il vento

Soffiava; forte il vento.
I nostri corpi languidi, giacevano
su un letto,con le lenzuola, giallo oro.

Respiravo il tuo respiro,
annusavo la tua pelle;
odorava di voglie soddisfatte,
ascoltavo i battiti del tuo cuore.

Godevo; nel vederti abbandonato a me,
dopo l’amplesso del piacere.

Soffiava forte il vento,quella notte,
nella casa,dei gerani; mentre i nostri
corpi, si parlavano in silenzio.

Antonia Iemma@2011

Scelta

Scelta
Davanti allo specchio dell’anima, vedi tutta la tristezza
del doverlo perdere, il dolore del dovere vivere senza lui.
Sul piatto della vita; la necessità di una scelta, triste, ma necessaria.
Necesseria per rispetto, verso chi ti sta accanto.
Necessaria; per ritornare a respirare senza più soffrire.
Scegliere di lottare, d’arrampicarsi a mani nude sulla roccia
della vita, dare voce al nuovo amore, lasciando strascichi durante
la salita, cercando di arrivare in cima, il meno distrutta possibile.
Scegliere di continuare per la strada di sempre; se guardi bene,
c’é tanto amore, vero,pulito,innocente, amore di figli.
La strada, forse più giusta, quella; dove sarai tu a soffrire.
Guarda allo specchio dell’anima, la tua rinuncia all’amore;
sarà amore per gli altri; sarà un girotondo di bimbi.
Guardati, bevi le tue lacrime,al momento qualsiasi scelta
farai; saranno lacrime.

Antonia Iemma 10.07.2012

Il pane di mia madre

Il pane di mia madre

Sveglia all’alba, sul fuoco bollivano le patate, nella madia si cernava la farina: il fiore giù, la crusca era per il maiale, nel “cernicchio”.
Da un’altra parte si sbucciavamo le patate, per la fecola, da aggiungere alla farina insieme al sale, al lievito ed all’acqua calda.
Era di mia madre il ”duro lavoro di braccia”: impastare!
La farina era tanta: la famiglia era grande.
Quando l’impasto era pronto lo si avvolgeva in un lenzuolo e questo in una coperta di lana: il calore per farlo lievitare. Ci voleva del tempo.
Intanto s’accendeva il forno. fascine di legna secca … a volte, quanto fumo, prima che prendesse vigore, e la fiamma sfavillasse a riscaldare i mattoni di e le pietre del piano.
Quando l’impasto aveva raggiunto la giusta lievitatura, veniva diviso in pagnotte che, avvolte in mappette, venivamo messe a riposare su un tavolo.
Il forno era ormai caldo si toglieva la brace, si scopava con una scopa di di spocchie di pannocchie bagnava fino a togliere tutti i residui di fuoco e cenere. Adesso si poteva incominciare a cuocere il pane.
Con una pala di legno, s’infornava per primo, la pizza, la gioia della compagnia; cuoceva in poco tempo e indicava anche quanto fosse giusta la temperatura del forno per la cottura del pane.
Allora s’infornavano le pagnotte, e la casa si riempiva di un profumo divino.
Appena cotte, si sfornavano e si facevano raffreddare su un tavolo.
Quel giorno a cena pizza, fagioli, un pò di formaggio; com’era buona!’.
Voglio; voglio il sapore del pane di mia madre; voglio il sapore dell’innocenza.
Voglio; voglio ritornare fra le sue braccia, dirle che le voglio bene.
Dirle, che avrei voluto essere contenta d’aiutarla, invece mi pesava, quanto mi pesava.
Voglio; voglio piangere, per questa mia corsa, verso il pianto del mio cuore.
Voglio; voglio il pane di mia madre; rivoglio l’ingenuità di credere, di potere essere felice.
Antonia Iemma 10.07.2012 : riveduta e corretta da un’amico.

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Il pane di mia madre

Sveglia all’alba, sul fuoco bollivano le patate, nella madia si cernava la farina: il fiore giù, la crusca era per il maiale, nel “cernicchio”.
Da un’altra parte si sbucciavamo le patate, per la fecola, da aggiungere alla farina insieme al sale, al lievito ed all’acqua calda.
Era di mia madre il ”duro lavoro di braccia”: impastare!
La farina era tanta: la famiglia era grande.
Quando l’impasto era pronto lo si avvolgeva in un lenzuolo e questo in una coperta di lana: il calore per farlo lievitare. Ci voleva del tempo.
Intanto s’accendeva il forno. fascine di legna secca … a volte, quanto fumo, prima che prendesse vigore, e la fiamma sfavillasse a riscaldare i mattoni di e le pietre del piano.
Quando l’impasto aveva raggiunto la giusta lievitatura, veniva diviso in pagnotte che, avvolte in mappette, venivamo messe a riposare su un tavolo.
Il forno era ormai caldo si toglieva la brace, si scopava con una scopa di di spocchie di pannocchie bagnava fino a togliere tutti i residui di fuoco e cenere. Adesso si poteva incominciare a cuocere il pane.
Con una pala di legno, s’infornava per primo, la pizza, la gioia della compagnia; cuoceva in poco tempo e indicava anche quanto fosse giusta la temperatura del forno per la cottura del pane.
Allora s’infornavano le pagnotte, e la casa si riempiva di un profumo divino.
Appena cotte, si sfornavano e si facevano raffreddare su un tavolo.
Quel giorno a cena pizza, fagioli, un pò di formaggio; com’era buona!’.
Voglio; voglio il sapore del pane di mia madre; voglio il sapore dell’innocenza.
Voglio; voglio ritornare fra le sue braccia, dirle che le voglio bene.
Dirle, che avrei voluto essere contenta d’aiutarla, invece mi pesava, quanto mi pesava.
Voglio; voglio piangere, per questa mia corsa, verso il pianto del mio cuore.
Voglio; voglio il pane di mia madre; rivoglio l’ingenuità di credere, di potere essere felice.
Antonia Iemma 10.07.2012 : riveduta e corretta da un’amico.

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